C'è un risultato che nella cultura calcistica italiana ha sempre avuto uno statuto speciale. Non una vittoria, non una sconfitta: il pareggio. In altri campionati europei è considerato un esito neutro, quasi deludente. In Italia no. Per decenni, portare a casa un punto in trasferta era un risultato accettabile, a volte auspicabile. Giocare 0-0 contro una grande era quasi un successo. L'1-1 era il risultato di default di un calcio che privilegiava il non perdere sul vincere.
I dati dell'archivio lo confermano con precisione: in 95 anni di Serie A, il 29,4% di tutte le partite è finita in parità. Quasi una su tre. Ma la distribuzione non è uniforme — ci sono stagioni, squadre e decenni che hanno portato questa tendenza ai suoi estremi assoluti.
Il record assoluto: Mantova 1966/1967
Il numero che sorprende di più nell'intero archivio è quello del Mantova nella stagione 1966/1967: 22 pareggi su 34 partite, il 65% delle gare giocate. Una squadra su due non ha vinto né perso.
Quel Mantova era una delle formazioni più solide della Serie A dell'epoca — non un underdog destinato a retrocedere, ma una squadra che aveva trovato nel pareggio la sua filosofia operativa. Il catenaccio era al suo apice, il libero copriva ogni spazio, e l'imperativo era chiaro: non prendere gol. Se poi non si segnava nemmeno, pazienza. In quella stagione il Mantova chiuse decimo — un campionato tranquillo, costruito sull'equilibrio difensivo e su una serie di 1-0 e 0-0 intervallati da moltissimi pareggi.
Il record in percentuale però appartiene a un altro: l'Udinese 1982/1983, con 20 pareggi su 30 partite — il 67% delle gare. Due partite su tre finite pari. Un dato che sembra quasi impossibile, e che riflette una stagione in cui i friulani trovarono quasi sempre il modo di non perdere senza riuscire quasi mai a vincere. Finirono sedicesimi, a un punto dalla retrocessione: i pareggi li avevano salvati.
Il Perugia imbattuto: 19 pareggi e nessuna sconfitta
C'è però una storia che supera entrambe in fascino narrativo. Il Perugia 1978/1979 è entrato nella leggenda del calcio italiano per un motivo: è l'unica squadra ad aver terminato un'intera stagione di Serie A senza mai perdere. Niente vittorie clamorose, niente dominio assoluto — solo la capacità di non soccombere mai. Su 30 partite, 19 finirono in parità (63%) e 11 in vittoria. Zero sconfitte.
Quel Perugia arrivò terzo in classifica, dietro al Milan e all'Inter, e fu il simbolo di un calcio che aveva trasformato il pareggio da risultato di ripiego a strategia consapevole. La squadra di Ilario Castagner giocava con un'organizzazione difensiva che rendeva difficilissimo segnare, e attaccava con sufficiente qualità — con Paolo Sollier e Renato Curi — da guadagnarsi il punto in quasi ogni partita.
Gli anni Settanta: il decennio del pareggio
La stagione del Perugia non fu un'eccezione: fu il simbolo di un'epoca. Il decennio 1970-1979 è il più "pareggione" dell'intera storia della Serie A, con una media del 38,6% di pareggi su tutte le partite giocate. Gli anni Ottanta seguono a ruota con il 37,4%.
Il picco assoluto è la stagione 1978/1979: il 44,6% di tutte le partite finì pari — quasi una su due. Nello stesso anno del Perugia imbattuto, il campionato intero era caratterizzato da questo equilibrio paralizzante. La stagione successiva, 1970/1971, aveva già raggiunto il 44,2%.
In quegli anni il pareggio non era solo il risultato di una tattica difensiva: era quasi una norma culturale. Le squadre che andavano in trasferta con l'obiettivo esplicito di non perdere rendevano ogni partita un esercizio di pazienza. I tifosi si lamentavano, gli addetti ai lavori lo difendevano come razionalità pura. I numeri danno loro ragione: in un campionato con la regola dei 2 punti, un pareggio in trasferta valeva esattamente metà di una vittoria, e con molto meno rischio.
Il crollo dopo il 1994
Poi arriva il 1994/1995, e tutto cambia. L'introduzione dei tre punti per la vittoria rende il pareggio molto meno conveniente: vale solo un terzo di una vittoria, non la metà. L'incentivo a rischiare — a cercare il gol anche a costo di scoprirsi — aumenta drasticamente.
I dati lo mostrano con chiarezza quasi brutale. Negli anni Novanta la percentuale scende al 31,1%. Nei Duemila al 28,9%. Nel decennio 2010-2019 si tocca il minimo storico moderno: 25,4%. La stagione 2016/2017 è la meno "pareggiona" dell'era recente con appena il 21,1% — quasi un ritorno ai livelli del 1929/1930 (21,2%), quando il calcio era ancora agli albori.
L'all-time: le grandi club e il Torino dimenticato
In termini assoluti, le squadre con più pareggi in tutta la storia della Serie A sono quelle con più presenze: Roma guida con 933 pareggi su 3.186 partite (29,3%), seguita da Milan con 920 (29,0%) e Fiorentina con 914 (30,3%). Sono numeri che riflettono prima di tutto la longevità.
Ma se si guarda la percentuale, emerge una storia diversa. Il Torino ha il rapporto più alto tra le grandi: 32,3% delle partite finite in parità, su 2.802 gare totali. Seguono Cagliari (32,1%), Verona (32,0%) e Atalanta (31,5%). L'Inter, con il 27,1%, è quella che ha pareggiato meno in proporzione tra i club storici della massima serie — coerente con un'identità storica più orientata alla vittoria (o alla sconfitta) netta.
L'Udinese: il re del pareggio moderno
Un discorso a parte merita l'Udinese. Non solo per il record del 1982/83, ma perché ha dimostrato di avere una vocazione al pareggio che attraversa le epoche. Nella stagione 2023/2024 — più di quarant'anni dopo — i friulani hanno totalizzato 19 pareggi su 38 partite (50%), il terzo valore assoluto più alto dell'intero archivio nella Serie A moderna a 38 giornate.
Quella stagione dell'Udinese è stata quasi un omaggio involontario alla tradizione: la squadra ha pareggiato metà delle partite, non retrocedendo ma non qualificandosi nemmeno per l'Europa. Il pareggio come orizzonte, come risultato che definisce un'identità. Non è un record da celebrare, ma racconta qualcosa di preciso su come alcune squadre trovino nel punto condiviso la loro ragione d'essere.
Il pareggio oggi
Nel calcio contemporaneo, il pareggio è diventato un risultato quasi anomalo. Le squadre che pareggiano molto sono spesso quelle che non riescono a vincere ma non vogliono perdere — una categoria intermedia, né dominante né relegata. La cultura del pareggio difensivo è stata sostituita da quella del pressing alto, del possesso palla, dell'intensità offensiva.
Eppure, ogni tanto, una stagione come quella dell'Udinese 2023/24 ricorda che il DNA del calcio italiano non è mai stato del tutto cancellato. Qualcuno, da qualche parte, sta ancora cercando di portare a casa quel punto.
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